Lungomare Nazario Sauro, 27 – Bari

E’ la mattina di sabato 3 Gennaio. Sono passate le 9 da qualche minuto e mi trovo sul lungomare di Bari. La temperatura è mite, in giro c’è poca gente, soltanto qualche runner che tenta di smaltire le calorie di troppo assunte durante le feste. Sono di fronte all’imponente Palazzo della Provincia, con la sua torre dell’orologio alta più di 60 metri.

Immagino che lì in cima la vista sulla città sia strepitosa. Ma io sono diretto al quarto piano, dove è ospitata la Pinacoteca “Corrado Giaquinto”. Sta per concludersi una vera e propria caccia, durata quasi un anno.
Era una sera dello scorso febbraio, a Vicenza pioveva a dirotto. La routine per addormentare il piccolo Pietro si era appena conclusa e avevo estratto dalla libreria una copia della mia Bibbia, “Qui Londra”.

Volevo rileggere un passaggio del libro che parla di Jacobus Van Dyn, l’uomo che negli anni ’60 cercava di vendere la sua testa tatuata. Prometteva ai frequentatori dello Speakers’ Corner che, dopo la sua morte, gli sarebbe stata mozzata e poi data a chiunque l’avesse acquistata. Ovviamente ciò non accadde e quando Jacobus morì nei primi anni ’80, la sua testa lo seguì nella tomba.
Quella sera, prima di rimettere sullo scaffale “Qui Londra”, mi soffermai sulle riproduzioni a colori di alcuni dipinti. Oltre ai disegni di Orfeo Tamburi, alle fotografie in bianco e nero di Pia Zanetti e alle vedute aeree della città scattate da Charles Rotkin, il volume del Touring Club Italiano omaggia due pittori che a Londra lavorarono in epoche diverse.
Il primo è il veneziano Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto, insuperato vedutista, che si trasferì sulle rive del Tamigi alla metà del Settecento.

Il secondo è il barlettano Giuseppe De Nittis, che da Parigi, la sua città di elezione, si recò a Londra più volte a partire dal 1874.

Il dipinto di De Nittis che amo più di ogni altro è il primo che viene presentato in “Qui Londra” e si intitola “Westminster”.

Confrontatelo con questa veduta del Canaletto del 1747, “Londra vista da sotto una centina del ponte di Westminster”, quadro esposto alla National Gallery.

Una tavolozza di colori caldi e freddi per rappresentare gli edifici e la superficie dell’acqua, l’attenzione maniacale ai dettagli, una sensazione di profondità e distanza.
De Nittis, 130 anni dopo, piazza il suo cavalletto sul ponte di Westmister e dipinge una scena completamente diversa, all’ora del tramonto. Non gli interessano i dettagli architettonici: la sagoma del Palazzo del Parlamento, appena abbozzata e avvolta da nebbia e fumo, è lo sfondo di una scena composta da gente semplice, da umili lavoratori.
Fin da quando ero ragazzino e studiavo la mia Bibbia londinese, ho desiderato fortemente vedere questo quadro dal vivo. Quella sera dello scorso anno, rivedendolo, decisi che era giunto il momento di esaudire questo sogno.
C’era soltanto un piccolo ostacolo, ovvero la didascalia che accompagnava il dipinto: “Collezione Marzotto”. Proprietà privata dunque, un dipinto che, a quanto pareva, soltanto pochi fortunati avevano il privilegio di ammirare.
La didascalia potrebbe essere obsoleta, pensai, magari dopo il 1969 (l’anno in cui fu pubblicato “Qui Londra”) il quadro è passato di mano e ora è proprietà di qualche museo.
Speravo che magari la tela fosse esposta a Barletta, città natale dell’artista, che dal 1914 ospita le opere donate alla città dalla vedova di De Nittis, Léontine Gruvelle. Ma il quadro non si trova lì e non è esposto al pubblico in alcun museo. E’ tuttora proprietà della famiglia Marzotto.
“Westminster” era però comparso l’anno precedente, da Febbraio a Giugno, al Palazzo Reale di Milano per la mostra monografica “De Nittis Pittore della vita moderna”. Poi, terminato il prestito, si era nuovamente inabissato.
C’era però uno spiraglio. Si dà il caso che io viva a Vicenza e che Valdagno, la cittadina dove nel 1836 sorse il Lanificio Marzotto, disti da casa 30 chilometri appena.
Oggi Marzotto è il primo gruppo tessile italiano, con quasi 3.000 dipendenti sparsi per il mondo, e la sede legale è tuttora a Valdagno. Proprio qui Gaetano Marzotto prese in mano le redini dell’azienda di famiglia nel 1922, portandola fuori da una grave crisi, riorganizzandola e promuovendo nel contempo interventi a favore degli operai (abitazioni, asili, una casa di riposo per gli anziani, impianti sportivi e spazi culturali).

Gaetano Marzotto fu anche un appassionato collezionista d’arte, in particolare della pittura italiana del 1800: acquistò, tra gli altri, dipinti di Lorenzo Delleani, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega. E, ad un certo punto, aggiunse alla collezione due opere di Giuseppe De Nittis: “Piccadilly” e “Westminster”, l’oggetto del mio desiderio.
Feci un paio di telefonate, al centralino dell’azienda e alla Fondazione Marzotto, senza cavare un ragno dal buco. Il quadro era evidentemente proprietà della famiglia, custodito al riparo dagli estranei, eventualmente prestato ogni tanto per qualche mostra importante, come quella del 2024 al Palazzo Reale di Milano.
Nel frattempo, come spesso mi capita, mi ero appassionato alla biografia e alle opere di De Nittis.

Una vita intensa e prolifica, la sua, nonostante la morte che lo colse a soli 38 anni. Mi procurai libri, monografie e il diario che l’artista tenne tra il 1870 e il 1884.

Poi, alla fine della scorsa estate, mi arrivò una soffiata. La collezione Marzotto, a quanto pareva, era alloggiata a Villa Trissino Marzotto, a metà strada tra Valdagno e Vicenza. Recuperai faticosamente un numero di telefono e, dopo qualche giorno di tentativi, rispose una voce femminile.

Molto gentilmente mi informò che la villa e il giardino erano visitabili di sabato su appuntamento, una volta raggiunto un numero minimo di almeno dieci persone. Mi disse inoltre che al momento “Westminster” non era in prestito per qualche mostra, era regolarmente appeso al suo chiodo nel salone dedicato alla pittura italiana.
Fuori di me per la gioia, passai le settimane successive tentando inutilmente di creare un gruppo di una decina di amici, parenti o semplici conoscenti per compiere una gita a Trissino. Decantai le bellezze della villa, dei giardini, accennai alla presenza di importanti dipinti ma senza che fosse troppo palese il fatto che ero ossessionato da uno soltanto di questi.
Le settimane passarono e c’era sempre un imprevisto. Un weekend mio figlio con la febbre, quello successivo un impegno fuori città, quello dopo ancora l’impedimento di qualcuno degli amici. E così, inesorabile, arriva il Natale.
Scendiamo a Bari, per passare le feste a casa dei nonni materni di Pietro.

La mattina del primo giorno dell’anno io e Silvia decidiamo di fare una passeggiata sul lungomare, per godere di un sole meraviglioso e per far vedere al piccolo uno dei luoghi simbolo della baresità, il tempio del pesce crudo: Nderr La’Lanz.

Per arrivarci percorriamo in auto il lungomare e ad un certo punto il mio occhio cade su una locandina. Per poco non inchiodo e non mi faccio tamponare.

Giuseppe De Nittis – “Westminster”.
Pinacoteca “Corrado Giaquinto”
1 Novembre 2025 – 6 Aprile 2026
Incredibile! Il quadro che sto inseguendo da mesi si trova a Bari, proprio in questo periodo.
E così, due giorni dopo, varco la soglia del Palazzo della Provincia, prendo l’ascensore che mi porta al quarto piano e sono il primo visitatore della giornata della Pinacoteca “Corrado Giaquinto”.
In realtà non entra proprio nessuno dopo di me, per tutto il tempo della mia visita le uniche anime siamo io e i due custodi.
Seguo il percorso consigliato e ammiro molte opere interessanti. C’è un magnifico San Pietro Martire di Giovanni Bellini e poi mi colpiscono le sculture di Filippo Cifariello, artista che non conosco ma che mi riprometto di approfondire.

E infine, nell’ultima sala, mi ritrovo finalmente al cospetto di De Nittis.

“Westminster” è un dipinto imponente, 110 x 195 centimetri.
Vederlo di persona, trovarsi di fronte ad esso è un’esperienza forte. Dopo qualche secondo passato ad osservarlo si ha l’impressione di entrare nella scena e di farne quasi parte. Il sole sta per tramontare e, dopo una giornata di lavoro, alcuni uomini si rilassano appoggiati al parapetto.

Qualcuno fuma, si possono quasi sentire le loro chiacchiere, mentre sotto scorre il Tamigi, lento e piatto.

Sullo sfondo la sagoma inconfondibile del Parlamento, maestoso e cupo, quasi un fantasma.

De Nittis dipinse “Westminter” e altre nove vedute londinesi per il banchiere scozzese Kaye Knowles, che in precedenza aveva già acquistato altri suoi quadri e che per questo incarico, durato quattro anni, pagò all’artista 200.000 lire, cifra altissima per l’epoca.
Il rapporto tra Knowles e De Nittis fu molto amichevole e per niente formale. Lo testimonia una lettera del banchiere, datata 19 Gennaio 1878.
Ieri voi sareste stato molto soddisfatto del nostro tempo. Una nebbia pesante ci ha fatto visita al mattino e si è mantenuta per tutto il giorno nonostante i segni di scontentezza che noi mostravamo ad un’ospite così sgradita. Voi avreste visto in essa del carattere artistico di cui valeva la pena prendere nota sebbene quasi soffocasse i polmoni con la sua densità e sfumasse la vista con le sue scene di oscurità.
Nel suo diario De Nittis descrive così il suo mecenate:
Lo rivedo ancora quel caro uomo, un vero gentleman, che mi fu sinceramente affezionato: egli comprese e amò la mia arte. La nostra contentezza accendeva una luce di gioia nei suoi occhi e io ho sempre ammirato la rara dolcezza del suo carattere, uno dei piú belli che abbia mai incontrato. Parlava stretto, smozzicando le parole, e mia moglie, che pure leggeva l’inglese e lo scriveva abbastanza bene, trovava difficoltà a capirlo, come succede a chi ha imparato la lingua in un collegio da una istitutrice, senza l’abitudine alla conversazione. Infatti non comprendeva nemmeno la metà di quanto egli diceva, dico la metà per farle piacere perché in tal caso si sarebbe pur trattato di una media eccellente. Tuttavia si divertiva ad ascoltarlo, sicura che egli non avesse per lei che parole gentili. Egli faceva lunghi discorsi, con quella sua voce strascicata mentre rideva di quel suo riso calmo, mostrando di trovarsi perfettamente a suo agio tra di noi. Aveva gusti molto semplici, come i nostri; si può dire che fosse la bontà personificata e colmava Jacques di regali, strani giocattoli inglesi: botteghe di butchers, di grocers, strumenti dai quali fuoriuscivano musiche scatenate.
In casa sua vi era un’intera sala dedicata ai miei quadri. Al piano superiore, in un grande salone, aveva raccolto tutte le mie opere che aveva acquistato un po’ dovunque.
— Questa è la mia preziosa galleria, — soleva dirmi.
Noi l’adoravamo ed è facile capire perché.
Dipinsi per lui dieci quadri, senza tenere conto di quelli che egli stesso aveva acquistato altrove e feci anche il suo ritratto e quello di Mrs. K. Mi promise che avrebbe lasciato tutto per testamento alla National Gallery e ciò mi farebbe veramente piacere.
La promessa di donare i quadri al National Gallery fu disattesa dagli eredi di Knowles, che alla sua morte dispersero il patrimonio vendendo all’asta l’intera collezione.
“Westminster” fu esposto all’Esposizione Universale di Parigi del 1878 e, grazie ad esso, De Nittis vinse la medaglia d’oro e gli venne conferita la prestigiosissima Légion d’Honneur.

Vincent Van Gogh ammirò il dipinto e scrisse così in una lettera indirizzata al fratello Theo: “Quando ho visto questo quadro, ho sentito quanto amassi Londra”.

Il critico d’arte Enrico Piceni, in un saggio su De Nittis, dà una lettura interessante dei lavori londinesi dell’artista:
Come il grigio sereno del cielo di Parigi, il passo elegante della Parigina, gli alberi fumati del Bois avevano trovato in lui il più esatto e spiritoso interprete, così l’affumicata tragedia dei quartieri popolari e la « noia britannica » dei quartieri signorili, le nebbie e l’agitata vita di Londra, trovarono per incanto un magistrale riflesso nei quadri di questo meridionale che « vedeva inglese » più di qualunque inglese.
Londra affumicata e arsiccia (Paul Morand ha affermato recentemente che sulla metropoli incombe sempre il ricordo del grande incendio che nel 1666 la devastò), miserabile e miliardaria, col verde molle dei suoi parchi e la noia austera dei suoi palazzi, trovò nei quadri dell’Italiano uno specchio fedele, con quel tanto di lievissimo humour che giova a far risaltare il « caratteristico» di un luogo e di un’epoca.
Il pittore, nel suo diario, parlava così di Londra:
Nessun paese come Londra mi ha mai svelato il sottosuolo di sfacelo e di degradazione della condizione umana. Quando vado a Rotten Row, provo la crudele sensazione che lì l’uomo senza beni di fortuna, senza l’orgoglio dei grandi nomi e della ricchezza, non è che un atomo disperso, un non-valore schiacciato dalle ruote delle carrozze. Ci vado raramente in quel quartiere, ma lì è la Londra che mi ferisce, che mi turba; e, scosso come sono, se cedessi ai miei nervi, non resisterei all’impulso di prendere il treno e fuggire. E v’è un’altra cosa che mi dà i brividi: vedere il mendicante che stacca una manciata di fango dalle ruote della carrozza e, mentre chiede l’elemosina, la porta alla bocca per baciarla. No. Parigi non conosce la degradazione umana e la disperata miseria dei bassifondi di Londra. Con il sole e la gaiezza i poveri del mio paese restano ottimisti, perfino allegri; l’aria, il cielo, la luce sono di tutti. I lazzaroni cantano e la loro miseria non ha nulla di strisciante; anche quando capita di rimproverarli lo si fa con una risata cordiale e con parole familiari che non li offendono. Ma le miserie e le disperazioni di Londra sono un inferno che nemmeno Dante arrivò a immaginare: se avesse conosciuto i bassifondi di Inghilterra vi avrebbe collocato i dannati dell’ultimo girone.
Termino la mia visita, saluto i custodi e prendo l’ascensore che mi riporta al piano terra. Esco dal palazzo e raggiungo il marciapiede, dove nel frattempo si è infoltito il numero dei penitenti che corrono per smaltire le cartellate e i sasanelli ingollati durante le feste.
Mi appoggio al parapetto di ghisa, un po’ come come i personaggi del quadro, e inspiro profondamente l’odore del mare.

Poi mi volto, sorrido osservando ancora una volta la locandina con il dipinto di De Nittis e alzo lo sguardo fino ad abbracciare tutto l’edificio.
A pensarci bene, c’è qualche analogia tra il Palazzo della Provincia di Bari e il Palazzo di Westminster. Entrambi edifici governativi, sorgono davanti all’acqua (a Londra è un fiume, a Bari il mare, ma poco importa) e hanno tutti e due una torre dell’orologio.
La domanda nasce spontanea: se Londra avesse il mare, sarebbe una piccola Bari?
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Carissimo,
grazie per questo post, respiro atteso di cultura per me, insegnante di inglese, sempre soffocata dalla triste burocrazia ….tuttavia ancora entusiasta di condividere, per quanto possibile, con gli allievi moderni briciole della mia sapienza….
Elena
Pordenone
ex allieva TGS 1982 Catheram, 1983 Tumbridge Wells
Grazie a te Elena!
Ti risponde un ex studente di Tonbridge ’93 e Guildford ’95, nonché leader TGS per 6 anni a Caterham, Tonbridge e Tunbridge Wells. Che anni!
La storia della tua caccia a questo quadro è incredibile ed io non posso che apprezzarla: ed in questo momento in cui sento molto la mancanza di Londra, non posso che essere ottimista. Se tu non vai a Londra, sarà Londra a venire da te. In questo caso, l’ha fatto con questo articolo, assai benvenuto: perché anche i tuoi post mi erano mancati. Bentornato.
P.S.: sai che per un anno ho lavorato (anche) a Valdagno?
P.P.S.: si potrebbe discutere dell’opportunità che quadri del genere, per cui per altro era prevista la destinazione “pubblica”, siano detenuti sotto chiave da un privato, e che solo un colpo di fortuna li renda fruibili ad un appassionato.
Bella riflessione, quella del tuo P.P.S.
Il mondo dell’arte ha regole, quotazioni e riti che non capiremo mai, temo. Tocca approfittare di tutte le occasioni in cui possiamo vedere dal vivo ciò che più sentiamo nelle nostre corde. La cosa positiva è che ognuno di noi è diverso e non tutti amano gli stessi artisti.
Grazie per avermi letto, a presto!
Molto bello l’ articolo . La descrizione dei posti è davvero realistica. Parlo di Bari, anche .
Grazie Sonia!