L’imprevedibile terrarium

Wellclose Square – Tube: Tower Hill


Sono già passati più di cinque anni dal giorno in cui pubblicai il post in cui esposi a voi lettori la mia audace rivisitazione della teoria dei Sei gradi di separazione. In quel caso mi ero impegnato a dimostrare al mio amico Valerio che avrei trovato un nesso tra la città di Londra e la sigla iniziale di 90° Minuto.

Il mio assunto, a distanza di un lustro, rimane invariato: sono ancora convinto che Londra permetta di approfondire ogni aspetto dello scibile umano e di regalare a chi la visita l’opportunità di mettere in pratica qualsiasi passione.

Per me Londra è molto spesso un pretesto per parlare di ciò che mi affascina, dei più disparati argomenti in cui mi imbatto e che, 99 volte su 100, hanno un legame con la città a cui ho dedicato il mio blog. Talvolta questi collegamenti sono immediati e prevedibili, di tanto in tanto sono un po’ stiracchiati. Ma esistono, eccome se esistono!

Oggi, ad esempio, vi voglio parlare di una mia recente fissazione che apparentemente non ha legami con la capitale inglese. E che invece, l’ho scoperto soltanto in seguito, nasce da un oggetto inventato a Londra due secoli fa.

Sono passati due mesi esatti da quando ho messo in pratica un’idea che mi frullava in testa da tempo: quella di creare un terrarium chiuso.

Con questa parola si indica un contenitore di vetro in cui introdurre le piante, per dare vita ad un piccolo ecosistema autosufficiente che, una volta sigillato, avrà soltanto bisogno di luce per svilupparsi.

Il meccanismo è sorprendentemente semplice e fu scoperto da un medico londinese nel 1829. Si chiamava Nathaniel Bagshaw Ward ed era nato nel 1791.

Non si conosce molto della sua infanzia ma pare che all’età di 13 anni fu spedito in Giamaica dalla famiglia, un’esperienza che lo mise in contatto per la prima volta con il mondo delle piante.

Tornato in patria, si laureò in medicina e cominciò la pratica in un ambulatorio nel cuore dell’East End, zona povera, densa di criminali e soprattutto molto inquinata.

Membro del Royal College of Surgeons e della Linnean Society, il dottor Ward aveva la passione della botanica e dell’entomologia. Viveva in Wellclose Square, dove purtroppo l’aria era così contaminata da non permettere alle sue adorate felci di crescere sane.

Quando era in vacanza a Cobham, nel Kent, si dedicava ad approfondite osservazioni di piante ed insetti e un giorno del 1829 infilò la crisalide di una sfingide all’interno di una bottiglia in cui aveva inserito del terriccio umido. Poi la richiuse e se ne dimenticò per una settimana.

Quando la bottiglia gli ricapitò sotto gli occhi si accorse che dal terreno era spuntata una minuscola piantina di felce. Inoltre si rese conto che durante il giorno l’umidità si condensava sulle pareti interne della bottiglia, poi scendeva nel terreno verso sera per poi evaporare nuovamente il giorno seguente. E così via.

Da quel giorno, Ward cominciò a fare esperimenti con contenitori di diverse forme e in poco tempo arrivò alla creazione di quella che ancora oggi porta il suo nome: la Wardian Case.

Il funzionamento è semplice: si tratta di una serra in miniatura, facilmente trasportabile, le cui giunture sono sigillate quel tanto che basta per permettere un piccolissimo scambio di aria e vapore acqueo tra l’interno e l’esterno della struttura.

Attraverso la respirazione, le piante emettono vapore acqueo che, condensandosi sul vetro e ricadendo nel terreno, torna alle radici ricreando in piccolo il ciclo dell’acqua.
L’ossigeno emesso dalle foglie attraverso la fotosintesi diurna viene utilizzato dalle piante per la respirazione, mentre accade il contrario per l’anidride carbonica. Le foglie che appassiscono e cadono concimano il terreno. E’ un sistema perfetto.

Nathaniel Ward lo sfruttò per un motivo molto importante all’epoca: il trasporto delle piante da e per l’Inghilterra. Prima della sua invenzione la maggior parte di esse moriva durante i lunghi viaggi in mare.

Era un periodo molto fertile (è l’aggettivo più adatto, visto l’argomento) per la botanica ed erano in azione veri e propri plant hunters che viaggiavano per tutto il globo in cerca di specie da catalogare ed importare in Europa. Sir Joseph Banks e Sir William Joseph Hooker sono i due esempi più famosi.

Nel 1833 George Loddiges utilizzò le Wardian cases per spedire alcune piante dall’Australia e riportò che “mentre prima perdevo diciannove delle venti piante che importavo durante il viaggio, ora diciannove su venti è la media di quelle che sopravvivono”. Loddiges era il vicepresidente della Royal Horticultural Society e le Wardian cases divennero popolari grazie al suo endorsement.

E veniamo al mio primo, tragicomico esperimento con un terrarium, iniziato due mesi fa.

Durante una visita al vivaio ho acquistato tutto il necessario:

  • un vaso di vetro con tappo in sughero
  • della perlite per il substrato drenante
  • del terriccio universale
  • sabbia decorativa di colore verde
  • una pianta di peperomia
  • una pianta di asparagina

La sera stessa ho assemblato il tutto. Prima lo strato drenante, poi il terriccio, quindi ho inserito con attenzione le due piantine. Infine ho completato il paesaggio aggiungendo una piccola conchiglia raccolta in spiaggia chissà quando, un pizzico di sabbia decorativa e qualche sassolino.

Ho bagnato il terreno senza esagerare, come consigliato nei vari siti che avevo consultato nei giorni precedenti. Poi ho chiuso il terrarium con il tappo di sughero e da quella sera del 14 Aprile non l’ho più aperto.

Ciò che non sapevo è che, oltre al terriccio, alle piante e a tutto il resto, quel giorno nel terrarium era entrato anche altro.

Dopo un paio di giorni dalla chiusura del tappo, infatti, mi sono accorto di un moscerino che svolazzava tra una foglia e l’altra. Ricordo che ho pensato “Poveretto, è rimasto intrappolato e morirà presto”. Il giorno seguente i moscerini erano due, poi quattro, poi una decina, poi ho smesso di contarli.

Oggi il mio terrarium è letteralmente invaso dai moscerini, che volano senza sosta da un punto a un altro e continuano a riprodursi. Molti sono morti e riposano sulle pareti di vetro, incollati al vetro dalla condensa che si forma durante il giorno e scende nel terreno la notte.

Nonostante questo imprevisto le piante stanno bene e crescono, sono grandi almeno il doppio rispetto al primo giorno. La peperomia ha triplicato le foglie e l’asparagina tocca ormai il tappo e le pareti.

Ho deciso di lasciare tutto com’è, nonostante i moscerini, e di continuare questo mio primo esperimento con il mondo dei terrarium. Vi terrò aggiornati.

Temo che, se fosse ancora vivo, il dottor Ward non sarebbe così fiero di me…


Ti è piaciuto questo articolo e non vuoi perdere i prossimi? Iscriviti alla newsletter di The LondoNerD: riceverai un avviso via mail ogni volta che un nuovo post sarà pubblicato.

4 thoughts on “L’imprevedibile terrarium”

  1. “[…] era entrato anche qualcos’altro […]”: impossibile non pensare a “La mosca”, ma a parte ciò ;-)… direi che invece il dottor Ward sarebbe piuttosto fiero: primo tentativo, fatto senza strumentazione ‘omologata’ per l’uso, né con specifiche procedure e guarda che risultato!

    1. Ho letto che per evitare il rischio di moscerini avrei dovuto cuocere in forno il terriccio, in questo modo le larve sarebbero morte! 😅

  2. Da Londra alla sigla di Novantesimo minuto non lo so, ma a quella della Domenica sportiva è fin troppo facile: basta passare da Battersea :-).

    Comunque il terrarium affascina tantissimo anche me, magari un giorno me ne costruirò uno in onore del dottor Ward.

    P.S.: ti segnalo un refuso: “fu scoperto da un medico londinese nel 1829. Si chiamava Nathaniel Bagshaw Ward ed era nato nel 1891”. Forse era nato nel 1791:-).

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *