Earlham Street – Tube: Covent Garden

Londra, pomeriggio del 4 Ottobre 1948.
Nel salone dell’Ambasciata Italiana, al numero 4 di Grosvenor Square, era in corso un ricevimento in onore di una nutrita compagnia di attori, guidata dal regista Guido Salvini. Erano appena giunti dall’Italia, pronti per una settimana di rappresentazioni londinesi al Cambridge Theatre, nel cuore del West End.

La rassegna, battezzata Italian Stage Festival, era stata pensata dal Governo per dare a Londra un saggio del teatro italiano contemporaneo. Le rappresentazioni previste erano quattro, a cura di tre diverse compagnie teatrali. La Biennale di Venezia avrebbe portato in scena “Edipo Re” di Sofocle e “L’uomo che uccise Pilato”, opera di Gian Paolo Callegari; il Piccolo Teatro di Milano “Il Corvo” di Carlo Gozzi e l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica i “Sei personaggi in cerca di autore” di Luigi Pirandello.
Purtroppo quello che avrebbe dovuto essere un ricevimento allegro e festoso si era presto trasformato in un ritrovo angoscioso. Gli attori della Biennale di Venezia avevano tutti un volto teso, in qualche caso addirittura lugubre. Quella sera stessa, infatti, avrebbero dovuto andare in scena al Cambridge Theatre ma non avevano alcuna intenzione di farlo.
Non servirono a nulla le parole di consolazione e di incoraggiamento di Silvio D’Amico, il celebre critico teatrale a cui era stato dato l’incarico di tenere un discorso.
Il problema era serio, forse l’aggettivo giusto è “tragico”, dato che il primo spettacolo in cartellone era l’Edipo Re di Sofocle. Il fatto è che gli attori e i macchinisti della Biennale erano giunti il giorno prima da Venezia, in treno. Sullo stesso convoglio ferroviario, che aveva attraversato la Svizzera e la Francia e che aveva passato la Manica a bordo di una nave, viaggiavano le casse contenenti la scenografia e i meravigliosi costumi creati da Giulio Coltellacci per l’Edipo Re.
Una volta giunti a Londra, la drammatica scoperta: mancavano all’appello tutti i costumi e una parte della scenografia. Erano stati persi a causa di uno sciopero delle ferrovie francesi, prima dell’imbarco del treno sul traghetto, nel tragitto tra Parigi e Dunkerque!
In Francia scattò immediatamente la ricerca delle casse scomparse ma intanto, a Londra, iniziò una caccia frenetica per trovare dei costumi adatti, impresa quasi impossibile.
Il ricevimento all’Ambasciata Italiana iniziò in questo clima, con gli attori in preda all’angoscia per l’imminente debutto in una città straniera, con una scenografia incompleta e soprattutto senza costumi. I protagonisti dello spettacolo erano dei veri e propri mostri sacri del teatro italiano, alcuni già affermati, altri ancora molto giovani ma destinati a carriere luminose.

Ecco il cast, a dir poco stellare:
Edipo: Renzo Ricci
Giocasta: Andreina Pagnani
Tiresia: Ruggero Ruggeri
Creonte: Carlo Ninchi
Sacerdote: Arnoldo Foà
Il servo di Laio: Vittorio Gassman
Il messaggero da Corinto: Gianrico Tedeschi
Il Pastore: Giulio Stival
Capo Coro: Gianni Santucci
Coro: Marina Bonfigli, Flora Carabella, Giuliana Corbellini, Giorgio De Lullo, Rossella Falk, Paolo Ferrari, Raoul Grassilli, Nino Manfredi, Mady Obolensky, Antonio Pier Federici, Giancarlo Sbragia, Bice Valori
La stessa compagnia, all’inizio di Settembre, aveva riaperto con “Edipo Re” il Teatro Olimpico di Vicenza, il gioiello palladiano che era rimasto chiuso durante gli anni della guerra. Le bombe sganciate dagli alleati avevano devastato la città (il Teatro Eretenio e il Teatro Verdi erano stati completamente distrutti) e per questo le vulnerabili scenografie in legno dell’Olimpico, opera di Vincenzo Scamozzi, nella primavera del 1944 erano state fotografate, smontate e messe al sicuro altrove.

Il regista Guido Salvini aveva assisitito alle operazioni di ricomposizione del teatro nel 1948 e probabilmente prese da qui l’idea di un modellino da smontare e rimontare per trasferire l’immagine dell’Olimpico in giro per l’Italia e per l’Europa.
Nacque così “Olimpichetto”, una ricostruzione in scala quasi reale del proscenio e delle prospettive del Teatro Olimpico.

Fu realizzato in due mesi dalla ditta vicentina SADI con materiali leggeri e facile da smontare, trasportare e rimontare: cartapesta, legno, tela e stucco. Il prezzo totale fu di 1.548.000 lire (circa 35.000 euro odierni).


Quando fu il momento di partire in tournée per Londra e Parigi, all’inizio di Ottobre del 1948, Olimpichetto fu scomposto come un puzzle, chiuso in tante casse di legno e caricato su un treno in partenza dalla stazione di Venezia.

Quasi tutte le casse giunsero a Londra e i macchinisti riuscirono a ricomporre il proscenio senza particolari problemi.

Mancavano soltanto le prospettive, copia fedele di quelle originali ideate da Scamozzi, che rappresentavano le “sette vie di Tebe”.

La rogna più grossa restava quella dei costumi. Il ricevimento all’Ambasciata, quel pomeriggio del 4 Ottobre, proseguiva mestamente. Gli attori, profondamente avviliti, erano decisi a non salire sul palco. Ad un certo punto arrivò in soccorso Laurence Olivier, che con la compagnia dell’Old Vic aveva portato in scena Edipo Re tre anni prima. Offrì i costumi ai colleghi italiani, che però rifiutarono.

Fu l’Ambasciatore in persona a convincerli (o forse costringerli) ad andare in scena. Qualche attrezzista reperì chissà come uno stock di tute da lavoro utilizzate durante la guerra dagli uomini dell’Air Raid Precautions (ARP). Soltanto Andreina Pagnani, Giocasta, si rifiutò di indossare la sua e scelse un abito da sera lungo dal guardaroba personale.

Prima dell’inizio dello spettacolo Guido Salvini chiese che si trovasse qualcuno in grado di scusarsi con il pubblico parlando un inglese corretto e in suo soccorso arrivò Philip Slessor, conduttore di Variety Bandbox, trasmissione radio della BBC che veniva trasmessa proprio dal Cambridge Theatre.

Quando il palcoscenico si aprì, davanti al pubblico apparve una “schiera di meccanici o di giardineri”, visibilmente a disagio.

Dopo qualche minuto, però, la questione dei costumi sembrava superata, sia dagli attori che dal pubblico.

Alla fine della rappresentazione ci furono soltanto applausi.

L’incidente di percorso aveva spogliato la tragedia di ogni orpello, focalizzando l’attenzione totale sulla parola e sul gesto.

Il pubblico londinese rimase folgorato dalla potenza visiva di quegli attori “nudi”, privi di maschere e pepli. L’assenza dei costumi aveva trasformato una potenziale catastrofe in un manifesto del teatro contemporaneo.
Il giorno seguente giunse la notizia che tutti aspettavano: i costumi erano stati ritrovati, si trovavano a Dover e in poco tempo sarebbero arrivati nei camerini del teatro. La replica della sera seguente andò quindi in scena con tutti i crismi.


Olimpichetto (che per decenni, dimenticato da tutti, è rimasto nascosto in un magazzino comunale) è in mostra fino all’1 Marzo nel salone della Basilica Palladiana di Vicenza, restaurato e nel pieno del suo splendore.

Ci sono stato qualche settimana fa, rimanendo folgorato dalla bellezza di questa creazione e dalla cura con cui è stata ricostruita tutta la sua vicenda, compreso l’episodio londinese che vi ho raccontato.



Ci sono anche i costumi indossati dagli attori, disegnati da Giulio Coltellacci.
Gli stessi costumi che, per colpa di uno sciopero, passarono la notte tra il 4 e il 5 Ottobre del 1948 in qualche angolo della campagna francese, tra Parigi e Dunkerque.

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Interessante questa storia che ha coinvolto ingrandì esponenti del teatro e non italiano. Non si finisce mai di conoscere! Grazie ! Come vorrei scrivere come Lei ! Attendo prossimo articolo e chissà un giorno sarò a Londra e lo leggerò proprio lì!
Ti auguro di essere presto a Londra allora!
Very interesting story. Thank you.
Thank you Marco!
Grazie, davvero interessante , perché non raccogliere tutti questi bellissimi articoli in un ebook o in un libri cartaceo? Lancio l’idea..
Chissà… magari un giorno… intanto grazie per il tuo commento!