I misteri di Villa London Tacchi

viale della Pace, 91 – Vicenza


Fin da quando ero un ragazzino, per me era sempre stata solo e soltanto “Villa Tacchi”. Dirò di più: “Villa Tacchi” era sinonimo di biblioteca.

Credo di aver varcato la sua soglia per la prima volta quando ero all’ultimo anno delle elementari e stava sbocciando la passione per la lettura. Abitavo alla Stanga, quartiere della zona est di Vicenza, e per raggiungere la biblioteca era sufficiente una camminata di una decina di minuti lungo viale della Pace, costeggiando il lungo muro di cinta color senape della caserma Ederle, la “caserma degli americani”. Non c’era ancora la pista ciclabile, all’epoca.

Ricordo che rimanevo immancabilmente affascinato dalle vetrate del grande atrio, pieno di luce durante il giorno. Era fresco d’estate e riparava dal gelo nei mesi invernali.

La biblioteca di Villa Tacchi, all’interno, era molto diversa da com’è oggi. C’era un paio di stanze in meno, i volumi erano disposti in modo meno accattivante ma ero comunque in grado di trovare quello che cercavo: i libri gialli. In particolare una collana pubblicata da Mondadori negli anni ’70 e ’80, “Il giallo dei ragazzi”.

Li ho divorati a decine, uno dopo l’altro. Le avventure degli “Hardy Boys”, di “Nancy Drew”, de “I tre investigatori”… Questi ultimi erano romanzetti apparentemente firmati da Alfred Hitchcock, ma in realtà scritti da qualche anonimo e probabilmente malpagato ghostwriter. Credo che la biblioteca di Villa Tacchi possedesse la collana completa o quasi: una sfilza di volumetti tutti uguali, con la costa gialla, che occupavano e nobilitavano un anonimo scaffale di ferro. Per un ragazzino che nel frattempo era arrivato alle scuole medie erano bellissimi, credetemi.

Comunque, indipendentemente dai miei amati libri gialli, le sale della biblioteca erano affascinanti, merito dei soffitti altissimi, dei muri spessi e delle cornici di porte e finestre laccate di bianco. Nell’ultima stanza in fondo, che un tempo era stata la cucina della villa, c’era un grande camino in pietra e legno, con la bocca murata.

Originariamente serviva a riscaldare l’ambiente, illuminare e cucinare. Questi dettagli mi regalavano la sensazione di trovarmi in un luogo provvisto di un’anima, in qualche modo magico e misterioso. Ma ero troppo giovane e non avevo le competenze per approfondire, per scavare più a fondo.

Passarono gli anni, nel periodo del liceo frequentai più raramente Villa Tacchi perché bazzicavo le aule studio della Bertoliana a Palazzo Costantini, in centro. Poi, quando diventai maggiorenne e cominciai ad occuparmi in prima persona delle incombenze burocratiche, ci ritornai ogni tanto perché nel frattempo nella villa era stata aperta l’anagrafe decentrata del Comune.

Andai lì per il rinnovo della carta d’identità, ad esempio, in un ufficio al quale si accede dallo stesso atrio con le vetrate dove c’è l’ingresso della biblioteca. Un tempo questo ambiente era la limonaia.

Mi accorsi così che la villa era più ampia di quanto avessi immaginato, che la biblioteca occupava soltanto l’ala ovest e che il corpo centrale dell’edificio che ospita l’anagrafe era fatto di stanze svuotate dell’arredamento di un tempo, di scale con eleganti corrimano, di corridoi angusti. C’erano tante porte chiuse, sottoscala bui e misteriosi, preziosi pavimenti in legno calpestati da chissà chi negli anni e ormai usurati. Era una villa dalla bellezza un po’ appassita.

Poi, all’inizio dell’anno scorso, tornai per richiedere la prima carta d’identità di mio figlio. Mentre l’impiegata dell’anagrafe inseriva i dati al computer, io guardavo i fregi sul soffitto della stanza, i medaglioni di gesso alle pareti, le maniglie delle finestre. Tutto molto vecchio, malandato ma a suo modo seducente.

La svolta, e il motivo per cui vi sto raccontando tutto questo, era già avvenuta qualche anno prima, non ricordo esattamente quando. So soltanto che avevo già iniziato l’avventura di The LondoNerD e che ero quindi sempre a caccia di storie legate a Londra.

Stavo pedalando lungo viale della Pace, sulla pista ciclabile che un tempo non esisteva, e mi squillò il telefono. Mi fermai proprio di fronte all’ingresso della villa e risposi alla chiamata.

Mentre parlavo diressi lo sguardo verso l’imponente cancello in ferro delimitato da due pilastri bugnati in cima ai quali svettavano dei grandi vasi in pietra. A sinistra e a destra dell’ingresso principale c’erano due cancelli più bassi e modesti, sormontati da massicci architravi in pietra. Quello che lessi sui due architravi mi lasciò a bocca aperta, tanto da farmi troncare bruscamente la telefonata.

Quello di sinistra aveva incisa la parola LONDON, quello di destra recitava VILLA.

La superficie della pietra appariva ruvida e invecchiata, con chiazze di licheni e muschio, frutto di una lunga esposizione alle intemperie. La spaziatura tra le lettere maiuscole era regolare, il carattere utilizzato regalava alle scritte un tono autorevole.

LONDON VILLA

Da quel momento nella mia testa la dicitura “Villa Tacchi” era definitivamente tramontata.

Cominciai a fare le mie ricerche, com’era prevedibile, ma sulle prime non ebbi molta fortuna. Scoprii però che la dicitura”Villa London Tacchi” non era sconosciuta ma che qualcuno aveva già scritto qualche riga sul sito del Centro Culturale Italo-Tedesco, associazione che insieme ad altre ha i suoi spazi ai piani superiori dell’edificio. Le mie ricerche partirono da quelle scarne informazioni.

La dimora era stata battezzata London Villa dall’uomo che l’aveva acquistata il 18 Dicembre del 1885.

La chiamò così in onore della moglie inglese, che aveva conosciuto a Londra e che aveva accettato di trasferirsi a Vicenza con lui. L’uomo si chiamava Giacomo Passalenti, era nato a Udine nel 1838, e fino a quel momento aveva vissuto una vita senza dubbio intensa.

Nato nella parrocchia di San Nicolò da una famiglia di estrazione popolare (padre pescivendolo e madre casalinga), Passalenti entrò in Seminario all’età di vent’anni e fu ordinato sacerdote nel 1862. Le fonti che ho consultato, in particolare l’Esaminatore Friulano, lo descrivono franco e leale, privo di ipocrisia e nemico dei compromessi. Fu forse per questo che nel 1868, dopo aspri contrasti con il suo arcivescovo, fu sospeso a divinis e lasciò per sempre il Friuli e la Chiesa cattolica. L’anno seguente era a Padova, dove si laureò, avvicinandosi nel frattempo alla metodismo, che nel periodo successivo all’Unità d’Italia si stava diffondendo nella penisola. Nel 1872 Passalenti divenne pastore della Chiesa wesleyana a Vicenza, nell’edificio tuttora esistente di contra’ San Faustino, dove tra le altre cose dava gratuitamente lezioni di inglese e francese.

Successivamente girò l’Italia (in particolare operò a Napoli), poi fu in Svizzera e Francia e addirittura in Sudafrica.

Infine mise radici in Inghilterra, a Londra, lasciando il metodismo ed entrando a far parte della Chiesa d’Inghilterra. Nel 1877 creò la missione italiana di Londra, al servizio della numerosa colonia di compatrioti che risiedeva nel distretto di Holborn.

Qui istituì una scuola diurna per i ragazzi e ogni domenica alle quattro e mezza del pomeriggio predicava dal pulpito della chiesa di St Thomas in the Liberty of the Rolls. C’era poi la Casa di Missione, dove si tenevano la scuola della domenica e gli incontri delle madri e dove la sera si apriva la sala della lettura.

Nel 1882 la missione festeggiò cinque anni di vita e il reverendo James Passalenti fu elogiato dalla stampa inglese:

“Grande era il numero degli accorsi, che restarono soddisfatti dalla cerimonia. Il dottor Passalenti, tanto benemerito di quella Chiesa, che è prospera quanto si può desiderare, fu complimentato da varie persone di gran nome nella società di Londra”.

Degna di nota è la sua adesione agli ideali risorgimentali. Per Passalenti la Chiesa doveva essere sgravata della zavorra del potere temporale.

L’Esaminatore Friulano, il 15 giugno 1882, scriveva così: “Il giorno 3 Giugno si sparse per lItalia la dolorosa notizia della catastrofe di Caprera e il giorno 4 l’Italia già sapeva, che il dottor Passalenti avea tenuto in chiesa un commovente discorso sulla irreparabile sventura, che avea colpito l’Italia e l’umanità intera colla morte di Garibaldi. Ciò valga a confortare gli Udinesi nel pensiero, che se preti stranieri vengono portati qui dalla malaria ad ammorbare i vergini cuori nati a nobili sentimenti ed a puntellare col fetido gesuitismo la superba ignoranza, vi sono pure de’ preti cacciati dalla crudele matrigna, che in lontane provincie ed anche presso estranee genti non fanno disonore al Friuli.

La missione chiuse i battenti nel 1885, senza che io abbia potuto trovare dettagli precisi sulle cause. Forse si era semplicemente esaurita la spinta evangelizzatrice che così bene aveva funzionato nei primi anni.

Nello stesso anno, il 10 Novembre, Giacomo/James Passalenti si sposò con Helen Elizabeth Elves-Hickey nella chiesa di St Mary The Boltons, nella parrocchia di West Brompton.

Con ogni probabilità si trattava della parrocchia della moglie, che risiedeva a trecento metri di distanza, in Milborne Grove. Passalenti abitava invece vicino alla missione, in una laterale di Gray’s Inn Road.

È lecito immaginare che la signora Passalenti provenisse da una famiglia abbiente, dato che Milborne Grove era ed è tuttora una strada piuttosto esclusiva. Fu forse lei a finanziare l’acquisto della villa a Vicenza, che divenne proprietà di Passalenti un mese dopo il matrimonio, il 18 Dicembre 1885.

I progetti della coppia di novelli sposi, quali che fossero, si infransero con la morte di lui poco più di un anno dopo, il 18 Febbraio 1887. Aveva da poco compiuto 48 anni.

Helen Elizabeth, che non aveva mai trasferito la residenza a Vicenza, vendette la villa e ritornò in Inghilterra.

Ho scovato il suo certificato di morte, che rivela che morì a soli 50 anni, il 2 Dicembre 1900. Non risiedeva più a Londra ma si era trasferita in un’elegante località di mare, St Leonards-on-Sea, nei pressi di Hastings.

Un ultimo particolare conferma l’ipotesi che fosse piuttosto benestante. Lasciò una piccola fortuna: 14.811 sterline. Al cambio odierno quasi due milioni e mezzo di sterline! Il patrimonio del marito, al momento del decesso, era all’incirca un decimo.

Si chiusero così le mie indagini. Mi ritenevo abbastanza soddisfatto, anche se restavano senza risposta alcune domande:

  • come mai Passalenti, dopo gli anni trascorsi a Londra, scelse di tornare proprio a Vicenza, dove a quanto risulta aveva vissuto per non più di un anno?
  • aveva lasciato la Chiesa d’Inghilterra e riabbracciato il metodismo?
  • quale fu la causa della sua morte?

L’anno scorso, dopo esserci tornato per la carta d’identità di mio figlio, l’interesse per la villa riemerse prepotente.

Mi recai in biblioteca e conobbi la gentilissima Marta De Rugna, responsabile della struttura, che aprì per me una cartella zeppa di documenti.

C’erano fotografie della prima sede della biblioteca, aperta nel 1968 in viale Trissino, vaghe notizie sulla genesi della villa e soprattuto il racconto dell’allora sindaco Giorgio Sala su come nel 1972 era stata acquistata da parte del Comune di Vicenza.

Nel 1900, infatti, dopo parecchi passaggi di proprietà, l’edificio era stato acquistato da Gaetano Tacchi di Monte Maria, nobile originario di Rovereto. Il conte, trentacinquenne, si era trasferito a Vicenza con la giovane moglie, la baronessa Maria de Taxis. A Vicenza erano nati quattro figli: Sofia (1904), Clelia (1906), Giuseppe (1910) e Clementina (1915). Ingegnere, laureato al Politecnico di Torino, Gaetano Tacchi fece prolungare l’acquedotto fino alla villa e la dotò di impianto elettrico e riscaldamento centralizzato.

Sulla sommità della facciata pose lo stemma della famiglia, che mostra al centro il Santuario della Madonna del Monte di Rovereto.

Infine Gaetano Tacchi creò il magnifico parco che circonda il fabbricato e che oggi, nei giorni di caldo più torrido, regala una deliziosa frescura ai cittadini di Vicenza che si siedono all’ombra di alberi ormai secolari.

Le informazioni sulla famiglia Tacchi e sui precedenti passaggi di proprietà della villa le ricavai da un incontro fortunato, propiziato da Marta De Rugna: quello con don Alessio Graziani, ex alunno del mio stesso liceo (siamo quasi coetanei) e attuale direttore de “La Voce dei Berici”.

Ci incontrammo nella primavera dello scorso anno nella redazione del giornale e in quell’occasione rimasi sorpreso dal suo racconto. Ai tempi del liceo, insieme ad altri, aveva costituito il gruppo “Amici di Villa Tacchi” e aveva fatto un lavoro di ricerca certosino sulla storia dell’edificio, con l’obiettivo di stimolare la riscoperta e un possibile intervento di restauro della villa, all’epoca piuttosto malmessa e trascurata.

Pochi anni dopo partì in effetti il recupero del parco e nel 2006 fu ristrutturata tutta l’ala che ospita la biblioteca.

Le ricerche di don Alessio erano partite da un attentissimo esame dei dati catastali, con tutti i passaggi di proprietà della villa minuziosamente annotati, e si erano poi concentrate in particolar modo sulla famiglia Tacchi. Non sapeva invece molto sulla vita di Passalenti e ignorava i suoi trascorsi londinesi. Tra di noi ci fu dunque un proficuo scambio di informazioni.

Rividi don Alessio poche settimane dopo, alla fine di Maggio, quando il Comune affidò al FAI Giovani il compito di effettuare delle visite guidate alla villa, nell’ambito di una manifestazione più ampia che coinvolse l’intero quartiere.

Partecipammo entrambi da spettatori, felici di ammirare tra le altre cose un ambiente solitamente chiuso al pubblico: la sala degli stucchi, che un tempo era il salone da ballo.

Poi, come un fiume carsico, il nostro interesse per Villa London Tacchi si inabissò per quasi un anno.

È riemerso alla fine di Marzo, quando sono stato contattato da Benedetta Ghiotto, giovane e brillante consigliere comunale che io e don Alessio avevamo conosciuto in occasione delle visite guidate e che aveva saputo delle nostre ricerche. Da parte sua è arrivata la proposta di metterci a disposizione per l’apertura di quest’anno, insieme a Marta De Rugna che racconterà la storia della biblioteca e a Roberto De Marchi, uno degli agronomi che nel 1998 si occupò della riqualificazione del parco. Abbiamo accettato felici, ovviamente.

L’appuntamento è per domenica 24 Maggio.

La scorsa settimana don Alessio ha firmato un bell’articolo sulla storia di Villa London Tacchi, lo potete leggere qui.

Io ho voluto raccontare com’è nato il mio interesse per questo edificio, che forse non ha evidenti pregi artistici. Il fascino che emana risiede nella sua storia, nel mistero sulle sue origini. Quando smise di essere “casa di villeggiatura” e divenne una dimora stabile? Fu davvero disegnata da Antonio Caregaro Negrin (una teoria non confermata ma plausibile)?

Per quanto mi riguarda, il suo fascino sta tutto nel nome. Quel LONDON VILLA sul cancello principale è un piccolo mistero che è stato svelato soltanto in parte.

Sarebbe normale chiamarla semplicemente Villa Tacchi, dato che la famiglia omonima la possedette per ben settantadue anni. Se oggi la chiamiamo Villa London Tacchi e ricordiamo un uomo di chiesa che veniva dal Friuli e la sua consorte inglese (che vissero qui un anno appena) è esclusivamente merito di quelle due parole incise sugli architravi dell’ingresso.

Ogni luogo ha un nome, ma i nomi contengono storie che molto spesso sopravvivono a chi in quei posti ha abitato.

In fondo Villa Tacchi – o meglio, London Villa – è sempre stata questo: un luogo dove cercare indizi. Un tempo, quando ero un ragazzino, li trovavo tra le pagine di un libro, mentre oggi sono scolpiti su un cancello che continuo ad osservare stupito ogni volta che passo di lì.


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One thought on “I misteri di Villa London Tacchi”

  1. Mi immedesimo molto in queste ‘avventure’ alla ricerca delle origini. Credo nel valore del nominare, dedicare luoghi (edifici, piazze, strade, giardini…), nel potere che queste azioni hanno nel tramandare — volutamente, per onorare, o indirettamente — la memoria.
    Bellissimo anche il racconto nel suo svolgersi, davvero coinvolgente.
    Grazie

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